Racconto #002 Noir · Procedurale Cataldo e Greco Marzo 2026 ~12 min
Racconto gratuito · Bari Calibro Noir

La Prima Cliente

Un caso di Cataldo e Greco — il primo  ·  Bari, novembre

Bari. Quinto piano. Via Quintino Sella.

La targa sul portone aveva ancora l'odore della vernice. Acciaio spazzolato, lettere nere, niente di superfluo. Cataldo e Greco. Investigazioni. Angelo l'aveva guardata quella mattina salendo le scale e aveva pensato che assomigliava a una lapide — stessa forma, stesso peso, stesso modo di dire che qualcosa era definitivo.

L'ufficio aveva due scrivanie, una finestra che dava sui tetti e un fornello a gas sul mobile basso vicino alla porta. Cosimo aveva portato il fornello da casa. Aveva detto che il caffè della macchinetta era veleno, e Angelo aveva lasciato perdere perché aveva torto su troppe altre cose per sprecare energia su quella.

Fuori pioveva. Novembre a Bari — non il freddo del nord, ma l'umidità che entra dalle finestre anche chiuse e si deposita sulle carte, sulla giacca, sul fondo della tazza. Una pioggia obliqua, sottile, del tipo che non fa rumore ma alla fine è ovunque.

Cosimo era seduto alla sua scrivania con un quaderno ad anelli aperto davanti — abitudine da chimico, annotare prima ancora di sapere cosa stava per succedere. Angelo guardava fuori dalla finestra. Aspettavano il primo cliente da tre giorni. Tre giorni di caffè, di silenzio, di pioggia a intermittenza.

Poi i passi sulle scale.

Tacco sul marmo. Ritmo regolare, senza fretta — la camminata di chi ha già deciso prima di uscire di casa. Tre rampe. Una pausa sul pianerottolo del quarto piano, breve, il tempo di un respiro. Poi l'ultima rampa.

Bussò una volta sola.

«Avanti» disse Angelo.

Quarant'anni, forse qualcuno in più. Gonna scura al ginocchio, borsa chiusa con la fibbia e non la zip — il tipo di borsa che non si apre davanti agli estranei. Capelli raccolti, nessun orecchino. Una linea orizzontale tra le sopracciglia che ci vuole tempo a costruire, il tipo di linea che nasce da anni di domande tenute ferme.

Rimase in piedi davanti alla porta. Guardò le due scrivanie, la finestra, il fornello di Cosimo. La faccia di chi registra senza commentare.

Angelo indicò la sedia davanti alla sua scrivania.

Lei rimase in piedi.

«Mio marito gestisce un magazzino al porto.»

La voce era ferma. Non il tono di chi racconta — il tono di chi espone un fatto già verificato.

«Tre settimane fa ha cambiato il codice del telefono. Due settimane fa ha aperto un secondo conto — l'ho scoperto per caso, estratto conto cartaceo, lo butta sempre, quella settimana l'ho trovato prima di lui. Ieri sera è tornato a casa con le scarpe pulite.»

Cosimo alzò gli occhi dal quaderno.

«Le scarpe.»

«Viene dal porto. Le scarpe pulite sul porto, a quell'ora, significano che stava altrove.»

Angelo posò la penna che non stava usando.

«Come si chiama suo marito.»

«Ferrante. Luca Ferrante.» Una pausa di un secondo. «Fa il responsabile logistica per il Consorzio Adriatico Sud.»

La pioggia sui vetri smise un secondo — quella qualità particolare di silenzio tra un'ondata e l'altra. Poi riprese, più fitta.

Cosimo scrisse il nome nel quaderno senza che Angelo glielo chiedesse.

Il nome Ferrante compariva in un fascicolo vecchio di due anni — pratiche civili legate a un contenzioso su subappalti portuali, mai arrivato in aula, chiuso con una transazione che nessuno aveva contestato. Angelo lo ricordava perché la transazione era arrivata in tempi troppo rapidi per essere normale, e perché il legale della controparte era uno studio di Taranto che lavorava quasi esclusivamente per società di diritto maltese.

Lo tirò fuori dal cassetto. Lo aprì. Il nome Ferrante era a pagina sette, nella lista dei soggetti firmatari del documento di movimentazione.

Girò il fascicolo verso Cosimo.

Cosimo lo lesse. Rimise la tazza sul piano con un suono secco.

«Era nei campionamenti del 2021. Porto Sud, molo 7. La sua firma copriva una movimentazione di materiale non specificato — categoria generica, peso dichiarato inferiore al limite che richiede ispezione.»

«Capiva cosa stava firmando.»

«Chi firma sa sempre cosa sta firmando. La domanda è quanto sa del resto.»

Angelo guardò la donna. Ancora in piedi, ancora con quella linea tra le sopracciglia. Aspettava senza muoversi, con la pazienza di chi ha già aspettato abbastanza e adesso vuole solo che qualcuno faccia la domanda giusta.

«Suo marito sa che è qui.»

«Viene a casa alle sette. Sono le quattro e mezza.»

Cosimo si alzò. Prese la giacca dal chiodo dietro la porta. La indossò senza sistemarsi il colletto.

«Porto Sud o uffici.»

Angelo guardò il fascicolo. Guardò la donna. Guardò la pioggia sulla finestra.

«Prima gli uffici.»

Gli uffici del Consorzio Adriatico Sud stavano al secondo piano di un edificio color cemento con le veneziane abbassate a metà — non chiuse del tutto, quel mezzo punto tra la riservatezza e la sorveglianza. Parcheggio davanti, tre macchine. Una berlina scura con il cofano ancora tiepido sotto la pioggia.

Cosimo posò la mano sul metallo. La ritirò.

«Venti minuti. Forse meno.»

Salirono. L'ingresso aveva il linoleum del tipo che si trova negli uffici pubblici — grigio, consumato al centro, integro ai bordi dove nessuno cammina. Una pianta finta sul bancone della reception. Una segretaria con la faccia di chi conta le ore che mancano alla fine del turno.

Angelo mostrò un foglio — intestazione dello studio, linguaggio vago, abbastanza formale da creare incertezza.

«Ferrante Luca. Responsabile logistica.»

«In riunione.»

«Da quanto.»

«Da stamattina.»

Cosimo si spostò verso il corridoio senza chiedere permesso. Tre porte chiuse. Moquette scura, luci al neon con un'ala che sfarfallava ogni cinque secondi. Sotto l'ultima porta, una striscia di luce gialla, ferma.

Si girò verso Angelo. Angelo scosse la testa di un millimetro — non adesso, non così.

Scesero. Tornarono al parcheggio. La berlina col cofano caldo aveva adesso il finestrino abbassato di tre dita nonostante la pioggia, e dentro, nell'ombra del sedile, una sagoma ferma con le mani visibili sul volante.

Aspettava che uscissero.

Angelo aprì lo sportello del passeggero e salì.

L'uomo si girò di scatto. Cinquanta anni portati male, mascella contratta, gli occhi del tipo che non dormono abbastanza da troppo tempo. La giacca impermeabile aveva una macchia sul risvolto — caffè, o qualcosa di più scuro.

«Studio Cataldo e Greco» disse Angelo. «Sa già chi siamo, altrimenti stava altrove.»

Silenzio lungo. La pioggia batteva sul tetto della berlina con un ritmo uniforme, quasi ipnotico.

«Ferrante è in pericolo.»

«Da chi.»

«Da chi gli ha dato il secondo conto.»

Cosimo aprì la portiera posteriore e salì. La berlina si abbassò di un centimetro sotto il suo peso. L'uomo controllò lo specchietto retrovisore — movimento involontario, automatico, il riflesso di qualcuno abituato a essere seguito.

«Chi l'ha mandata la moglie?»

«Sua moglie è venuta da sola.»

L'uomo rimase immobile. Poi tirò fuori un telefono — schermo incrinato nell'angolo in basso a destra. Lo sbloccò. Girò lo schermo verso Angelo.

Una foto. Container numero 7, molo Sud, data di tre giorni prima. Nell'inquadratura, sul lato sinistro del container, una sagoma in piedi con le spalle alla fotocamera — corporatura media, giacca chiara, postura di chi sta aspettando qualcuno.

«Ferrante era lì. Adesso quel container risulta vuoto nei registri. Movimentazione regolare, nessuna anomalia, firma apposta due giorni fa.»

«Da chi.»

L'uomo rimise il telefono in tasca.

«Da me. Mi chiamo Arena. Ufficio compliance, Consorzio Adriatico.»

La pioggia cambiò ritmo — più lenta, più pesante, il tipo che arriva quando il fronte si è già spostato e quello che resta è solo il fondo del cielo.

Arena parlò per undici minuti, con la voce bassa e gli occhi sullo specchietto. Dieci anni al Consorzio, gli ultimi tre a firmare documenti che altri preparavano. Aveva capito da solo che qualcosa non tornava — le date nei registri digitali sfasate di quarantotto ore rispetto ai cartacei, in modo sistematico, dal marzo del 2022.

«Ferrante firmava i cartacei. Forse sapeva esattamente cosa stava coprendo. Forse eseguiva e basta.»

«La differenza conta» disse Angelo.

«La differenza conta per voi. Per chi ha costruito il sistema, conta zero.»

Cosimo aveva il quaderno aperto sulle ginocchia. Scrisse senza alzare gli occhi.

«Perché viene da noi e non dalla Guardia Costiera.»

Arena rimase fermo. Fuori una macchina passò lenta, i fari accesi nel pomeriggio grigio, e per un secondo illuminò l'interno della berlina — la faccia di Arena, il bianco degli occhi, le mani strette sulle cosce.

«Tre mesi fa ho portato un fascicolo alla Guardia Costiera. Un funzionario lo ha ricevuto, ha firmato la presa in carico, mi ha detto di aspettare riscontro entro quindici giorni.»

Pausa.

«Il funzionario che lo ha ricevuto è lo stesso che firma le autorizzazioni di molo 7 dal 2021.»

Il silenzio che seguì non era il silenzio di chi aspetta — era il silenzio di chi ha capito l'architettura del problema e sta misurando quanto è grande.

«Il fascicolo è sparito?»

«Risulta ancora in lavorazione. Da tre mesi.»

Angelo aprì la portiera. L'aria fredda e umida entrò di colpo.

«Ci dia il numero. La ricontattiamo entro stasera.»

Arena scrisse il numero su un foglio strappato da un taccuino. Lo passò senza guardare Angelo — gli occhi ancora sullo specchietto, ancora sul parcheggio vuoto dietro di loro.

Scesero. La berlina rimase ferma ancora cinque minuti, poi si mosse verso l'uscita del parcheggio con i fari spenti.

Molo Sud. Ore 17:40.

La luce era quella del tardo pomeriggio di novembre che non è ancora buio ma ha già smesso di essere giorno — una luce senza direzione, che appiattisce le ombre e rende tutto ugualmente grigio. Le gru ferme sui binari sembravano disegnate su carta. I bilici parcheggiati ai lati avevano i parabrezza appannati dall'interno, i conducenti invisibili.

Cosimo camminò verso il container numero 7 senza rallentare, con le mani in tasca e la testa bassa — la postura di chi appartiene a quel posto, di chi non ha niente da spiegare. Angelo lo seguì a tre passi. Distanza giusta. Abbastanza vicini da sentirsi, abbastanza lontani da sembrare separati.

Il container era sigillato. Nastro giallo su nastro più vecchio, lucchetto nuovo con la targa del Consorzio sul fianco destro. Sul cemento intorno, strisce scure — residuo di umidità, o qualcosa di più denso.

Cosimo si accovacciò. Esaminò il bordo inferiore del container, la giunzione con il pavimento, le rotaie di scorrimento sotto. Si rialzò lentamente, con il respiro di chi ha fatto lo stesso gesto migliaia di volte nei magazzini e nei capannoni e nei retroporti di tutta la Puglia.

«Spostato di recente. Le guide hanno il segno di un carico pesante, mosso più volte. L'ultima volta questa settimana.»

«Quanto questa settimana.»

«Quarantotto ore. Forse meno.»

Angelo guardò il porto. Le luci si stavano accendendo — prima le gru, poi i lampioni lungo il molo, poi le finestre degli uffici al primo piano dell'edificio operativo. Un operatore in tuta arancione attraversò a cinquanta metri senza guardarli.

In tasca, il telefono vibrò.

Numero sconosciuto. Un messaggio di sei parole:

«Lasciate stare Ferrante. Il problema è più grande di lui.»

Cosimo lesse dallo schermo di Angelo. Rimase fermo. Il porto intorno aveva il suono basso e continuo dei motori diesel, il cigolio delle gomme sui binari bagnati, le voci lontane degli operai sul turno serale.

«Chi manda un avviso del genere» disse Cosimo, «conosce già la risposta che daremo.»

«E la manda lo stesso.»

«E la manda lo stesso.»

Angelo rimise il telefono in tasca. Il container numero 7 stava lì, sigillato, con il suo lucchetto nuovo e la targa del Consorzio e il cemento scuro intorno che raccontava qualcosa che nessun registro riportava.

Da qualche parte in città, Luca Ferrante stava per rientrare a casa con le scarpe pulite.

Da qualche parte in città, qualcuno sapeva che Angelo e Cosimo erano in piedi davanti a quel container.

La pioggia riprese. Fitta, stavolta. Verticale.

Rimasero fermi ancora trenta secondi — il tempo di misurare il peso di quello che avevano già in mano e di quello che ancora mancava. Poi si girarono e camminarono verso l'uscita del molo, senza fretta, sotto la pioggia, con la stessa andatura di prima.

Niente era risolto.

Qualcosa era iniziato.

— Fine — Giuseppe Cascarano · Bari Calibro Noir
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