Giuseppe Cacace scende dal treno da Mestre con una borsa leggera e la faccia di chi non è sicuro di essere venuto per ragioni giuste.
La stazione di Bari Centrale aveva quella luce interna che hanno tutte le stazioni italiane — un misto di naturale e fluorescente che non appartiene a nessuna ora precisa del giorno. Angelo aspettava sul primo binario con le mani in tasca, guardando il tabellone.
Lo riconobbe subito. Stessa corporatura dei video, stessa andatura leggermente proiettata in avanti con le spalle. Giuseppe aveva una borsa di tela e lo sguardo di chi non è sicuro dell'accoglienza. Fece una cosa strana avvicinandosi: guardò prima la Fulvia parcheggiata fuori dal vetro della pensilina, poi Angelo. Come se l'ordine contasse qualcosa.
· · ·«Ho visto il tuo canale» disse Angelo. Non era un saluto formale — era un modo per dire: so chi sei, ho fatto i compiti. Giuseppe annuì. «Lo so. Perché pensi che sia qui?» Angelo non rispose subito. Lo lasciò aspettare il tempo giusto.
«Perché hai detto una cosa nel video di novembre» disse poi. «Sulla cirrosi. Hai detto che la diagnosi era arrivata tardi perché il medico guardava i valori singoli invece del quadro. Quella frase la capisce solo chi è passato dalla parte sbagliata di quel tipo di errore.»
· · ·Giuseppe si fermò. Erano fuori ormai, nell'aria di marzo con il sole che tagliava tra gli edifici. «Sono qui per il mio fegato?» «No» disse Angelo. «Sei qui perché nel video di febbraio hai citato un nome. Un nome che non avresti dovuto conoscere.»
Silenzio. Il rumore del traffico di Bari, qualcuno con un trolley sul marciapiede. Giuseppe guardò di nuovo la Fulvia. «Possiamo parlare in macchina?» «Sì» disse Angelo. Aprì la portiera. La Fulvia aveva ancora l'odore di vinile vecchio e benzina — l'odore di una macchina che non ha mai cercato di essere qualcos'altro.