Sara si è storta la caviglia sulle scale dell'osteria a Rutigliano. Cosimo ha una fascia elastica in borsa. Nessuno dei due commenta questa cosa.
Le scale dell'osteria erano in pietra consumata da trent'anni di sedia trascinata e qualcuno che aveva messo una pianta sul quarto gradino senza toglierla mai più. Sara aveva messo il piede sul bordo di quel gradino e aveva fatto quella cosa che fanno le persone quando cadono — il tentativo di recupero a metà che finisce peggio della caduta vera.
«Non è niente» disse subito, con la voce di chi sa già che qualcuno sta per dire che è qualcosa. Cosimo non disse niente. Prese la borsa, aprì la tasca laterale, tirò fuori la fascia elastica arrotolata. Gliela porse senza commento.
· · ·Sara la guardò. Poi guardò lui. «Porti sempre una fascia elastica?» «Dal 2021» disse Cosimo. «Per me?» «No» disse Cosimo, con la tonalità esatta di qualcuno che sta rispondendo a una domanda letterale. «Per le emergenze generiche.»
Si sedettero su una panchina fuori dall'osteria. L'aria di novembre aveva quel taglio secco della tarda sera in Puglia — freddo che non è ancora freddo davvero, ma fa capire che sta arrivando. Cosimo tenne la caviglia di Sara con la stessa concentrazione che metteva nei campionamenti.
· · ·«Fa male?» «Un po'.» «Distorsione lieve. Non hai rotto niente.» «Come fai a saperlo?» «Per come hai messo il peso quando ti sei alzata. Se avessi rotto qualcosa non avresti caricato il piede in quel modo.» Sara rimase in silenzio un momento.
«Sei sempre così?» «Sempre come?» «Preciso.» Cosimo finì di fasciare. Riprese la borsa. «È comodo» disse. «Riduce il numero di errori.» Sara rise — la prima volta quella sera. Era un ridere preciso, anche quello. Cosimo pensò che era una risposta, in qualche modo. Non sapeva ancora a quale domanda.