Retroporto di Taranto, blocco 11. Saracinesca arancione. Vito ha sessant'anni e non apre a nessuno prima delle nove.
Erano le otto e quarantadue. Angelo aveva parcheggiato la Fulvia in modo che fosse visibile dall'interno — voleva che Vito lo vedesse aspettare, non che si sentisse sorpreso. Il retroporto a quell'ora aveva già quel rumore continuo di macchine e catene e motori che non si distingue in parti singole.
Alle otto e cinquantotto la saracinesca arancione aveva fatto il rumore che fanno le saracinesche vecchie — un terzo metallo, due terzi protesta. Vito era uscito con una tazza di caffè in mano. Ne aveva una sola. Angelo scese dalla macchina.
· · ·«Sei puntuale» disse Vito. Non era un complimento — era un'osservazione. «Sono qui da un quarto d'ora» disse Angelo. Vito annuì. Lo sapeva già — lo aveva guardato aspettare. «Entra.» L'interno era quello di chi lavora in quel posto da trent'anni: ordine funzionale, niente di superfluo, ogni cosa al suo posto per ragioni pratiche.
Vito non offrì caffè. Mise la sua tazza sul bordo del bancone e rimase in piedi. Angelo capì che non si sarebbe seduto e rimase in piedi anche lui. «Il container sette» disse Angelo. Vito non batté ciglio. «Era il sette del molo Sud o il sette del molo Nord?» «Sud.» «Allora sai già quasi tutto.»
· · ·«Quasi» disse Angelo. «Non so chi ha spostato il manifesto di carico.» Vito prese la tazza, bevve l'ultimo sorso di caffè. Guardò fuori dalla porta aperta verso il blocco 11. «I manifesti li firma il responsabile di turno» disse. «E chi era di turno quella notte?» «Qualcuno che non c'è più.»
«Morto?» «Trasferito. Ravenna. Da tre settimane.» Angelo scrisse mentalmente: nome, Ravenna, tre settimane. Il timing era chirurgico — trasferimento arrivato venti giorni prima che il container diventasse un problema pubblico. Qualcuno aveva pianificato i tempi. «Grazie» disse Angelo. Vito non rispose. Abbassò la saracinesca mentre Angelo tornava alla Fulvia.